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44. Giuseppe Santi

Andromeda incatenata
Il bagno di Venere
coppia di oli su tela, cm. 46×35 ciascuno
Bibl.: D.Biagi Maino, La pitture a Bologna tra Accademia e Neoclassicismo. Il caso di Giuseppe Santi, in “Ricerche di Storia dell’Arte”, 46, 1992, pp. 5-14

Le due piccole tele in pendant eleganti opere di impostazione ed esecuzione tardo-settecentesca, provengono da un importante palazzo nobiliare bolognese.
La prima rappresenta Andromeda, la bella figlia di un re etiope, incatenata alla rupe in rassegnata attesa del mostro marino cui è destinata quale vittima sacrificale (Ovidio, Metamorfosi, V, 1-275), la seconda Il bagno di Venere. L’Andromeda è stata restituita da Donatella Biagi Maino (comunicazione scritta)  al catalogo ancora scarno e in via di definizione del pittore bolognese Giuseppe Santi, talentoso interprete della cultura pittorica all’epoca del trapasso dall’ancien regime al nuovo ordine, ciò che implica la medesima attribuzione anche per Il bagno di Venere, che presenta i medesimi caratteri stilistici. Giuseppe Santi fu allievo di Ubaldo Gandolfi, maestro anche di Felice Giani, presso l’Accademia Clementina di Bologna, alla quale si accostò già negli anni Settanta, con studi di nudo e prove d’invenzione tra le quali spicca il Belisar del 1793, dimostrando capacità di resa inventiva ed un gusto sicuro e attento alle novità della cultura del suo tempo. Spesso sue opere sono passate in aste londinesi con la comprensibile attribuzione ad Ubaldo o Gaetano Gandolfi, che fu il secondo dei suoi maestri. Non meraviglia dunque l’iscrizione “Del Signore Gandolfi” che compare sulla tela originale del Bagno di Venere. Del resto lo stile del Santi deve molto al magistero dei Gandolfi, pur distaccandosi dalla loro maniera “per l’accezione risentita nella descrizione delle forme”. Tipica della sua pittura è peraltro “la scelta di effigiare i volti scorciati, soprattutto quelli femminili, dei personaggi delle sue rappresentazioni, garbate impaginazioni a carattere teatrale di favole mitologiche o sacre rappresentazioni, e caratteristico della sua produzione matura è il tono squillante del colore, che si riscontra nei diversi dipinti, eseguiti su differenti supporti, raffiguranti la Madonna con il Bambino o La Sacra Famiglia “preziosi per il raffinato classicismo che impronta le effigi e certi voluti arcaismi, i rimandi ad un michelangiolismo non di maniera che curiosamente si sposa con stilemi gandolfiani, nell’evoluzione di un percorso che dallo studio del naturale dell’epoca prima (…) evolve verso un fare più ammanierato” in linea con le conquiste culturali della sua epoca. In base a tali considerazioni, dunque, Andromeda e il suo pendant sono da ricondursi cronologicamente al tardo Settecento, “all’epoca cioè in cui il Santi si misura con le aspettative dei maestri: e adotta una tavolozza in chiaro…”.

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